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Sport e formazionedi Eddy Chivasso (tratto dal sito www.psicopedagogika.it)L'attività sportiva riveste una notevole influenza nello sviluppo del bambino e dell'adolescente ed è caratterizzata da forti finalità educative e formative. Il termine sport trae origine dal vocabolo francese desport
abbreviato nell'ottocento dagli inglesi in sport. Desport indica l'azione di
viaggiare, di movimento con finalità di divertimento. Il fine dell'attività
sportiva dovrebbe essere dunque quello di giocare, divertire. La socializzazione è uno dei principali insegnamenti dello sport, sopratutto se di squadra. Vivere in gruppo, rispettare le regole del gioco è un'ottima palestra per migliorare il proprio rapporto con gli altri. Fare sport aumenta l'autonomia personale e la capacità di gestione del proprio tempo, il misurarsi quotidianamente con i propri limiti, inoltre, è molto importante per la formazione di una sana autoconsapevolezza di sé e di una buona autostima. Lo sport aiuta a crescere, favorendo il distacco dalle figure
genitoriali. In questo processo è centrale la figura dell'allenatore. Esistono però alcuni aspetti, a volte trascurati, che , se
non affrontati in modo corretto, possono creare problematiche. Le eccessive attese della società, gli investimenti in
termini pubblicitari o economici portano lontano dal senso originario del
termine sport. La speranza è che sia dato più spazio a quegli sport “poveri” in cui la motivazione non è rappresentata dal denaro ma dalla voglia di misurarsi con se stessi e con gli altri nel rispetto dell'avversario e delle regole. E' un'utopia, ma mi piace pensare che, memori delle vittime
di un sistema che ha pensato solo agli interessi economici, un giorno, si possa
tornare a parlare di sport come divertimento e che le figure prese ad esempio e
imitate dai giovani siano figure diventate famose per atti di particolare
abilità e lealtà e non semplicemente perché hanno “conquistato” contratti
milionari a qualunque prezzo.
Il rapporto con i genitoridi Mauro Marchetti (tratto dal sito www.psicopedagogika.it) La prima considerazione che mi sento di fare è che i rapporti fra genitori, atleti e tecnici deve essere fondato sul rispetto reciproco e sulla fiducia. Ormai, soprattutto nei gruppi agonistici, gli atleti trascorrono 2-3 ore al giorno tutti i giorni con i propri allenatori, condividendone alla fine modi di dire, di pensare, di agire. I genitori quindi devono comprendere come anche l'allenatore rivesta un ruolo importante nella crescita dell'individuo, così come il tecnico deve comprendere l'importanza del suo ruolo e la delicatezza di posizioni di pensiero. La collaborazione è quindi il primo necessario passo che genitori e allenatori devono compiere per comunicare e agire verso la stessa direzione. Non trovo niente di più deleterio scoprire come a casa i genitori passino il tempo a denigrare il lavoro svolto in palestra e come talvolta, gli stessi tecnici assumano posizioni contrarie alla famiglia pur di simpatizzare con il giovane. Fare il genitore però non è facile, il confine tra la conoscenza e l'invadenza è sottile e spesso il genitore troppo apprensivo finisce per sconfinare dalle sue competenze ed assumere comportamenti e decisione che rendono difficoltoso il rapporto del giovane sia a casa (perché contrario a ciò che dicono in palestra) e in palestra (perché a casa parlano diversamente). Il giovane non è maturo e competente in materia per potersi fare una propria opinione circa le questioni per cui finisce per soffrire sentendosi il colpevole della situazione e della possibile diatriba, infondendo fiducia nel proprio allenatore ma rispetto e devozione ai genitori. In questi casi credo che la cosa migliore sarebbe parlarsi, apertamente ,discutere dei problemi e possibilmente, il genitore, chiedere spiegazioni. Un'altra grossa difficoltà che si incontra nel rapporto a tre tecnico, allievo e famiglia riguarda la gestione dell'autostima. Sempre più spesso i tecnici crescono i loro gruppo fondando il lavoro sull'autostima, sulla fiducia, sulle capacità, sulla crescita che c'è sempre in ognuno, sul pensiero positivo e sull'ottimismo. Succede però spesso che quando il giocatore torna a casa dopo una gara o un allenamento sente riversarsi su di lui una marea di critiche, di insulti, di offese verbali riguardo i propri errori, incapacità, difficoltà, errori decisivi etc.. Al di là che ciò dovrebbe essere sempre evitato comunque, spesso però dietro le offese si nasconde l'ignoranza circa le reali difficoltà ad eseguire dei movimenti tecnici, ad apprendere la tecnica e la tattica, ad una prestazione corretta. Il tecnico quindi finisce per lavorare sull'autostima dell'atleta, a compiacersi dei piccoli progressi nella gara e poi l'atleta, tornando a casa sente focalizzarsi l'attenzione solo sugli errori e sulle questioni negative. Di certo tornare in palestra con autostima diventa sempre difficile e decidere di ignorare le critiche finisce per creare una barriera familiare che protegge la fiducia dell'atleta ma lo isola dal necessario feedback di persone di cui ha stima. Se infine volessimo spingerci oltre nel rapporto tra genitori e tecnici, sarebbe importante che la famiglia condividesse le esperienze passate e i microtraumi dell'atleta, al fine di far meglio comprendere eventuali difficoltà in palestra sia relazionali, emozionali, tecniche, attentive. Io credo che il tecnico dovrebbe sapere, con senso acritico, se nella famiglia esistono delle problematiche tra genitori, tra amici, se il bambino soffre di disturbi di DDA o se soffre di iperattività, se altre discipline passate hanno creato dei traumi sportivi o relazionali etc: naturalmente in quest'ottica il tecnico si assume maggiori responsabilità anche in veste di educatore e non solo di tecnico competente nella sua disciplina; ma noi abbiamo a che fare con persone prima che con atleti, con i loro problemi, le loro difficoltà anche esterne allo sport, e comprenderle significa aiutarli a risolvere prima anche i problemi della palestra.
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