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La storia del karate

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Il karate è il prodotto di una tradizione secolare che ha saputo mantenersi inalterata nello spirito, nei valori e nelle tecniche fondamentali. Ciò che oggi il mondo intero conosce come “karate” e si presenta al pubblico come pratica sportiva basata sul combattimento senza armi è in realtà un’espressione complessa della civiltà orientale, il frutto di una plurimillenaria esperienza alla quale si sono dedicati i popoli dell’Asia

Bodhidarma (ovvero “l’illuminato”), un monaco assai particolare del monastero di Shaolin, in Cina, costituì e costituisce la prima figura di grande rilievo dell’immaginario collettivo delle arti marziali. Egli ideò per i suoi allievi, intorno al VI sec. D.C., alcuni metodi d’addestramento fisico al fine di fornire loro uno strumento duttile, capace di sostenerli nella pratica della vita religiosa come durante i pericolosi pellegrinaggi che le regole di vita monastica prevedevano. Un’arte sia fisica sia mentale, o più semplicemente un nuovo metodo sia salutistico che religioso, sia meditativo che di autodifesa. In seguito questo metodo d’allenamento fu modificato e codificato e, importato ad Okinawa intorno al XIII sec., si mescolò con le tecniche di combattimento dell’isola e divenne una forma di difesa, senza armi, l’antenato più prossimo del karate. Karate significa letteralmente “mano Vuota”, cioè senza armi.

Sin dalle origini nelle arti marziali la diffusione del sapere e delle tecniche avveniva sotto forma di trasmissione orale e diretta del pensiero. L’insegnamento prevedeva un lungo apprendistato fatto condividere solo a quegli allievi ritenuti meritevoli per l’impegno ma anche per le qualità morali ed umane, avveniva in segreto ed ancora in pieno XX secolo diversi maestri praticavano l’insegnamento solo di notte, solo ad alcuni e solo un kata ogni tre anni. Questa prudenza si spiega con la particolarità della materia insegnata. A quel periodo di pratica clandestina si fanno risalire alcune tecniche ed alcuni kata che richiedono spazi ridottissimi e fanno uso di posizioni altrimenti considerabili anomale.

Il karate, come molti altri sport marziali, insegna anche a lottare, colpire ed offendere. Solo l’intenzione distinguerà l’atto come positivo o come negativo; è evidente, quindi, che nell’apprendere la tecnica bisogna dare spazio anche alla parte etica della disciplina. Non si può prescindere nell’insegnamento di questa disciplina da un’attenta valutazione dei contenuti trasmessi agli allievi specialmente a quelli più giovani. L’etica del karate cerca di mostrare una via di riflessione in cui è l’autoperfezionamento sia esteriore sia interiore di gesti e di intenzioni, ad affermarsi via via che si prosegue nell’apprendistato.